1.1.2 L’ascolto

Altro elemento fondamentale ai fini di un buon esito in una relazione d’aiuto, è l’ascolto.
Il semplice ascolto, o meglio ascolto passivo, è un potente strumento che invita l’altro ad esporre il suo problema e lo incoraggia al colloquio. Questo, possiamo dire, è il primo passo per una comunicazione riuscita.
Sembra quasi banale dire di saper ascoltare, ma nel nostro ambito, il semplice ascolto può non essere sufficiente; ciò che distingue il semplice ascolto da un efficace ascolto attivo è la capacità di comprensione verso l’altro. Imparare ad ascoltare è il primo passo per una efficace comunicazione ed è un’abilità che non si apprende facilmente. Spesso si crede che ascoltare equivalga a restare in silenzio; ma al contrario “l’ascolto è un processo attivo di risposta”.7
Saper ascoltare non significa stare in silenzio ed annuire semplicemente, ma mostrare con tutti noi stessi, ovvero con il nostro atteggiamento, di aver capito ciò che l’altro cerca di dirci: con gli occhi, con il nostro interessamento, con il corpo. O anche utilizzare messaggi di apertura, gli “apri-porta”8, brevi messaggi verbali che esortano l’altro all’esposizione del problema, mostrano la nostra volontà di partecipazione al suo problema facendolo sentire accettato e compreso.
L’ascolto attivo è “il modo più sicuro per essere certi che impressione = espressione”9,  e comporta principalmente la capacità di riassumere e riformulare ciò che l’interlocutore ha appena detto (tecnica della riformulazione), attraverso domande chiarificatorie, e dimostrare accettazione, comprensione, ed empatia verso l’altro.
Con il termine accettazione si intende la “capacità di accettare i sentimenti dell’altro, espressi dalle sue dichiarazioni, senza sentire il bisogno di valutarli né di agire su di essi con modalità investigative”10. L’accettazione incondizionata comporta calore umano, accoglienza, senza incorrere nell’errore di interpretare, valutare o giudicare il pensiero dell’altro e tutto questo possiamo trasmetterlo attraverso un attento ascolto attivo, quindi, come precedentemente detto, con la nostra postura, il nostro tono di voce, e con la riformulazione della problematica esposta.
Con l’accettazione, quindi, offriamo all’altro la possibilità di esprimersi; in un secondo momento subentra la comprensione empatica.
Il termine empatia deriva dalla parola greca empateia che significa “sperimentare attivamente il modo in cui un’altra persona vive un’esperienza”,11ovvero il sentirsi dentro l’altro, e diviene un’esperienza profonda quando viene ad annullarsi la “distinzione tra la persona stessa e l’altro da sé, si crea cioè un unico Io, la prospettiva è identica”.12
Oggi con il termine empatia si designa in genere la capacità di sentire i bisogni e i sentimenti dell’altro, di immedesimarsi nell’altro a tal punto da riuscire a vedere il mondo così come l’altro lo vede e comprendere in pieno la sua esperienza. E’ in primis l’essere concentrati e protesi verso l’altro nel tentativo di capire ciò che sta provando, ed implica “la capacità di cogliere lo stato affettivo dell’altro, di risuonare con lui emotivamente e di ottenere una maggiore comprensione del suo mondo interiore”.13
Il sentimento dell’empatia ha molte analogie con la simpatia, ma vi sono alcune differenze che le distinguono; la simpatia è in qualche modo un’esperienza spontanea, diretta, dell’emozione altrui; siamo per così dire emotivamente coinvolti dalla situazione; mentre l’empatia è uno sforzo di comprensione dello stato emotivo dell’altro, durante il quale permane un lucido e consapevole distaccamento della nostra identità personale nei confronti dell’interlocutore.
Sviluppare questa capacità empatica ci aiuta a comprendere fino in fondo l’altro, i suoi sentimenti, i suoi vissuti, le sue idee, senza che il nostro io sovrasti l’io altrui. E’ quindi una strategia comportamentale vincente in ogni ambito, poiché favorisce  la comunicazione e la fiducia dell’altro.
Per riassumere meglio quanto detto, vorrei riportare la definizione del Rogers riguardo la comprensione empatica: “sentire il mondo personale dell’altro come se fosse il nostro senza mai perdere la qualità del come se…sentire l’ira, la paura, il turbamento del cliente come se fossero nostri, senza però aggiungervi la nostra ira, la nostra paura, il nostro turbamento”.14