Altro elemento fondamentale ai fini di un buon esito in una relazione d’aiuto, è l’ascolto.
Il semplice ascolto, o meglio ascolto passivo, è un potente strumento che invita l’altro ad esporre il
suo problema e lo incoraggia al colloquio. Questo, possiamo dire, è il primo passo per una
comunicazione riuscita.
Sembra quasi banale dire di saper ascoltare, ma nel nostro ambito, il semplice ascolto può non
essere sufficiente; ciò che distingue il semplice ascolto da un efficace
ascolto attivo è la capacità
di comprensione verso l’altro. Imparare ad ascoltare è il primo passo per una efficace
comunicazione ed è un’abilità che non si apprende facilmente. Spesso si crede che ascoltare
equivalga a restare in silenzio; ma al contrario “l’ascolto è un processo attivo di risposta”.7
Saper ascoltare non significa stare in silenzio ed annuire semplicemente, ma mostrare con tutti noi
stessi, ovvero con il nostro atteggiamento, di aver capito ciò che l
’altro cerca di dirci: con gli occhi,
con il nostro interessamento, con il corpo. O anche utilizzare messaggi di apertura, gli “apri-porta”8,
brevi messaggi verbali che esortano l’altro all’esposizione del problema, mostrano la nostra volontà
di partecipazione al suo problema facendolo sentire accettato e compreso.
L
’ascolto attivo è “il modo più sicuro per essere certi che impressione = espressione”9, e comporta
principalmente la capacità di riassumere e riformulare ciò che l’interlocutore ha appena detto
(tecnica della riformulazione), attraverso domande chiarificatorie, e dimostrare accettazione,
comprensione, ed empatia verso l’altro.
Con il termine
accettazione si intende la “capacità di accettare i sentimenti dell’altro, espressi dalle
sue dichiarazioni, senza sentire il bisogno di valutarli né di agire su di essi con modalità
investigative”10. L’accettazione incondizionata comporta calore umano, accoglienza, senza
incorrere nell’errore di interpretare, valutare o giudicare il pensiero dell’altro e tutto questo possiamo
trasmetterlo attraverso un attento ascolto attivo, quindi, come precedentemente detto, con la
nostra postura, il nostro tono di voce, e con la riformulazione della problematica esposta.
Con l’accettazione, quindi, offriamo all’altro la possibilità di esprimersi; in un secondo momento
subentra la comprensione empatica.
Il termine empatia deriva dalla parola greca
empateia che significa “sperimentare attivamente il
modo in cui un’altra persona vive un’esperienza”,11ovvero il sentirsi dentro l’altro, e diviene
un’esperienza profonda quando viene ad annullarsi la “distinzione tra la persona stessa e l’altro da
sé, si crea cioè un unico Io, la prospettiva è identica”.12
Oggi con il termine empatia si designa in genere la capacità di sentire i bisogni e i sentimenti
dell
’altro, di immedesimarsi nell’altro a tal punto da riuscire a vedere il mondo così come l’altro lo
vede e comprendere in pieno la sua esperienza. E’ in primis l’essere concentrati e protesi verso
l’altro nel tentativo di capire ciò che sta provando, ed implica “la capacità di cogliere lo stato
affettivo dell’altro, di risuonare con lui emotivamente e di ottenere una maggiore comprensione del
suo mondo interiore”.13
Il sentimento dell’empatia ha molte analogie con la simpatia, ma vi sono alcune differenze che le
distinguono; la simpatia è in qualche modo un’esperienza spontanea, diretta, dell’emozione altrui;
siamo per così dire emotivamente coinvolti dalla situazione; mentre l’empatia è uno sforzo di
comprensione dello stato emotivo dell’altro, durante il quale permane un lucido e consapevole
distaccamento della nostra identità personale nei confronti dell’interlocutore.
Sviluppare questa capacità empatica ci aiuta a comprendere fino in fondo l’altro, i suoi sentimenti, i
suoi vissuti, le sue idee, senza che il nostro io sovrasti l’io altrui. E’ quindi una strategia
comportamentale vincente in ogni ambito, poiché favorisce la comunicazione e la fiducia dell’altro.
Per riassumere meglio quanto detto, vorrei riportare la definizione del Rogers riguardo la
comprensione empatica:
“sentire il mondo personale dell’altro come se fosse il nostro senza mai
perdere la qualità del come se…sentire l’ira, la paura, il turbamento del cliente come se fossero
nostri, senza però aggiungervi la nostra ira, la nostra paura, il nostro turbamento”.14